da MEDIUM di Paola Tosi 31 luglio 2017  

Susanna Tartaro racconta il mondo e se stesso

C'è un popolo in Italia che si riconosce in una radio: Radio 3. Chi casualmente si imbatte ad ascoltarla ed è fatto in un certo modo, capisce che di Radio 3 non può fare a meno. Musica mai banale, romanzi letti ad alta voce, arte, storia ... si apprezza la pacatezza e la competenza dei conduttori, la costante attenzione verso i problemi del mondo senza senziamenti sensazionalisti e soprattutto senza autocompiacimento. Qualunque emittente italiana non sta a passo con Radio 3, basta sentirne un'altra per errore e con le due mani in cerca cerca disperatamente quel 98,2 circa, per tornare a quello che riteniamo la forma mentis che vorremmo avere.
Il punto a sfavore è che esiste una specie di setta, l'élite socio-culturale che ascolta Radio 3, è inevitabile sentirsi meglio, un po 'più avanti e un po' più colti. QUANDO
Ci si riconosce, lo stato d'animo vibra di contentezza. Il tassista sintonizzato su Radio 3 è l'uomo migliore del mondo; Non ha difetti la parola che parla come Luigi Spinola; Si sorride felici se si sente una battuta alla Guido Zaccagnini ... Succede di parlarne tra gli accoliti e immancabilmente si fa favoleggia sull'aspetto fisico dei conduttori, che ognuno immagina in misura, ma c'è sempre qualcuno che lo descrive perché Ha visto Un qualche Festival di Mantova o Salone del libro, da dove Radio 3 si sposta per lavorare sul campo.
Poi ci sono i personaggi di cui si conosce poco, quelli che stanno dietro le quinte: il senzavoce: tecnici del suono, registi e curatori. È leggendaria e indimenticabile la curatrice di Farenheit: i libri, le idee. Il suo nome chiude la scaletta di chi lavora al programma: Susanna Tartaro. E come saranno mai, lei e la sua voce? Adesso lo sappiamo, la curatrice di Fahrenheit ha scritto un libro. Si dirà, non poteva non farlo, sta ogni giorno con scrittori, saggisti, filosofi e pensatori, premi Nobel e vari premi; Di loro avrà colto lo spirito, l'anima, l'ispirazione, le ossessioni ...
Anche lei sentiva di dire qualcosa, di lasciare una traccia che non era solo il suo nome all'inizio e alla fine del programma. Ma non ha scritto una dissertazione sui massimi sistemi, non ha sfruttato la sua conoscenza e la sua esperienza per una sofisticata operazione letteraria: ha scritto un piccolo libro pubblicato da una piccola editore. Per piccolo libro si intende solo il formato, perché è invece un grande libro.
Nel vento
Cammino solo
E mi rimprovero.
Susanna Tartaro ha trovato, chissà forse anche per disintossicarsi, la forma poetica più stretta ed evocativa che esista: gli haiku, e segue le orme affaticate di Santokà, monaco sfortunato che camminava, dormiva dove capitava, componeva haiku e beveva sakè. I piedi di Santokà sono le ruote del suo motorino, anche se qualche volta idealmente carica dietro di lei per alleviargli la fatica di tutto questo camminare. Lei è una motorinista, non parla di scooter, viaggia lenta, sulla destra e intanto si guarda intorno e ci racconta Roma, la sua città che dovrebbe essere eterna ma il ciarpame del nostro presente sta sgretolando. Lieve, delicata, tra un haiku e l'altro di Santokà, di Bashō, di Shiki ... ci parla di lei, dei suoi ricordi non proprio felici; Dell'imperfezione del mondo e dei suoi disastri; Dell' Essere Umano Che venire il monaco SEMBRA Camminare senza meta, soffrendo e stringendo i denti, trovando beneficio Nello stordire di s SAK, ma senza mai rinunciare a Comporre haiku. Lo fa per fissare in this mondo ambrogetta sfaccettature also disgustose, ma lui Vuole cogliere il significato e la bellezza, Quella invisibile, che sì nasconde una chi non Vuole VEDERE. Così leggiamo noi stessi, la nostra debolezza e le nostre paure.
Susanna Tartaro ci consegna una fotografia che non vorremmo tanto vedere, ma fa mentre ci dice che riflettere il tempo di un haiku: 5/7/5 versi sul nostro sguardo al mondo, ci fa meglio.
Davanti, dietro
Bagaglio pesante
Che non posso abbandonare.