venerdì 28 luglio 2017

Passeggiate


Faccio la mia passeggiata,
essa mi porta un poco lontano
e a casa; poi, in silenzio e senza
parole, mi ritrovo in disparte.
("In disparte" di Robert Walser)


La passeggiata con Santōka mi ha portato, e continua a portarmi, lontano. Il libro, e poi gli incontri letterari e i festival a cui ho partecipato, - l'omaggio (mai più azzeccato) di una sacca da viaggio a cui sono legatissima proprio perché mi appare significativa - e il blog, un posto che, ogni giorno, e per rimanere in tema di cammini, si delinea come un sentierino in mezzo al web.

Passeggiare. 
Negli stessi anni in cui il mio monaco zen Santōka camminava fino allo sfinimento e si ubriacava, perdendosi e ritrovandosi, un intellettuale si aggirava nella Svizzera tedesca di fine ottocento dall'altra parte del sole, verso occidente.
Anche Robert Walser è un poeta in cammino e, del passeggiare, con l'opera sua più famosa, "La passeggiata", il cantore; nella forma di un racconto che assomiglia a un mantra da ripetersi passo dopo passo, in un'atmosfera in perenne movimento, umbratile e con sprazzi di totale limpidezza, pare contempli il lettore attraverso la sua scrittura, quasi chiedendogli di assecondarlo nel passo.
L'urgenza del suo "passeggiare" si unisce anche a una certa noncuranza nel nominare le cose osservate lungo la strada (il fiore è spesso anonimo, l'animale che gli attraversa la strada non ha una razza precisa e gli alberi intorno sono sì fronzuti e di un "verde acceso" ma rimangono, sulla pagina, "solo" degli alberi). 
A Walser urge l'essenza delle cose e che poi coinciderà con quel "tutto" che ci contiene: egli contempla la natura e vi annega.
Dal suo "Racconto di viaggio", tratto dalla raccolta "Seeland", il nome della regione svizzera in cui nacque:

"Fra la partenza, o punto d'origine, e la meta del viaggio, o compimento dell'impresa, c'erano innanzitutto monti, poi ancora monti e infine sempre monti"

E pare plausibile la suggestione che Santōka abbia un qualche dialogo con questo suo collega lontano, questo bislacco occidentale inquieto, ammirato da Canetti e da Kafka, intellettuale in disparte come il titolo della sua poesia che riporto, un uomo dalla vita scombinata che fece il cameriere e l'impiegato. 
E sempre in cammino, e senza pace.  

In profondità io vado
in profondità io vado
montagne verdi
(Santōka 1882-1940)


(a km 0)





2 commenti:

Filippo ha detto...

C'è quella storia zen, ancora nelle parole di Seymour Glass che la racconta a uno dei più piccoli della famiglia, forse proprio a Franny (ma ha solo sei mesi, obietta Buddy - beh.. le orecchie le ha - risponde Seymour) sull'esperto di cavalli che manda all'imperatore un cavallo, ma sbaglia a indicarne il colore e il sesso.
E qualcuno spiega: ciò che interessa Kao è il meccanismo spirituale.
Per assicurarsi l’essenziale dimentica i dettagli più comuni; tutto intento alle qualità interiori, perde di vista le esteriori.

Eppure Robert Walser fino ad ora non è riuscito ad aggrapparsi alla mia anima. Ma non è detto che non riprovi...

Questo blog è un miracolo e rischia di riconciliarmi con la rete... :-)

Susanna Tartaro ha detto...

Grazie! Molto contenta, ciao!