mercoledì 26 luglio 2017

Password


Lo squillo del telefono nella casa deserta,
dà un brivido sottile, recide oscure speranze.
Non mi mossi, non scesi neppure fino all'orto.
Fin qui presente e assente in questa luce
da finestra a finestra della casa
ore e ore, lasciai venire e andare
pensieri eterni nella mente inerte.

Il giorno lungo e fradicio leva alti i suoi vessilli.
E' tardi? Il carpentiere sale sui castelli e ponti.
Lo sai, mi tengo pronto al tuo richiamo,
veglio, attendo, fo sì che non risuoni
lo squillo del telefono nella casa deserta.
(Mario Luzi)


Negozio di telefonia. Sono in fila, paziente, con gli auricolari fallati tra le mani, in attesa del mio turno per poterli cambiare.
Davanti a me un altro cliente. L'operazione che lo riguarda, e che mi precede, è di quelle lunghe, il back up del suo telefonino. Dati e foto riversati da un cavo nel pc collegato, con un altro cavo, al device appena acquistato.
"Password?" chiede il tecnico al cliente per ultimare l'operazione.
"Pisellone" gli risponde, "con la p maiuscola".
lasciai venire e andare
pensieri eterni nella mente inerte
Vabó. Tutti seri.

(cloud)




martedì 25 luglio 2017

Dammi l'acqua


Dammi l'acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo.
(in "Fatti vivo" di Chandra Livia Candiani)


Emergenza siccità a Roma. Le fontane chiudono i bocchettoni, le aiuole appassiscono, l'ansa del Tevere sembra la pelata di un vecchio (clicca notizia QUI)
Tutti parlano, tutti dicono qualcosa. In Comune, dicono, cercano soluzioni. Dicono che arriverà anche Grillo...  

Invece io mi auguro che l'acqua venga razionata, e presto, e che venga erogata dalle ore alle ore e che tutti, tutti, ci si trovi finalmente in fila con in mano tinozze, bottiglie, catini, bacili, pentole, cuccume e barattoli. 
Dammi l'acqua.
E, finalmente compatti, e in silenzio, e rispettando la fila,  capiremmo il significato di cosa pubblica e bene comune, in silenzio, anche senza elezioni, solo riempiendo una tanica. 


(idroterapia) 







lunedì 24 luglio 2017

Fa caldo


Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.



Fa caldo. Non si dorme. E le pareti, di notte, si sa, rilasciano tutto il calore accumulato nelle ore diurne. 


Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità

Accendo la tv. 
Di qua, divani arroventati ricoperti da teli d'occasione che, come cilici, si attaccano a gambe sudate e tirano da una parte, di là gerarchi che salutano romanamente, truppe ordinate in assetto di guerra, un papa livido che parla a folle trepidanti...
I ventilatori, ostinati, ronzano, e le cicale si sgolano. 
Aria melmosa. 
Di là la grande storia, quella con la "s" maiuscola, regina di un palinsesto accaldato, qui, in frigo, una vaschetta di gelato avanzato, fragola credo, il forno non si usa fino a settembre, vietato, la polvere sembra di più, come se l'estate ne producesse in quantità superiore altrimenti perché è ruvido tutto e anche la doccia, vedi?, pare polverosa. Le piantine sul balcone paiono rinvigorite ma sarà solo per qualche ora, l'odore caldo dei golf impilati nell'armadio socchiuso si fonde alla citronella, sintetica, del vape. 
L'olmo sotto casa smuove appena le foglie, suonano come di patatine fritte, mentre i ragazzini dagli occhi profondi mangiano zuppa da una gamella, febbrili, con il cucchiaio che gli sparisce in bocca.
Paolo Mieli mantiene la sua aria refrigerata nonostante il colletto alto e la cravatta e quel completo sartoriale stirato. Commenta il documentario ma non lo ascolto.
In strada un ubriaco urla qualcosa a qualcuno. Disperatamente. 
Le cinque.


(Tristi tropici)









giovedì 20 luglio 2017

In viaggio


Antico stagno!
Salta dentro una rana -
Il suono dell'acqua
(Bashō 1644-1694)

Umiltà, povertà e misticismo caratterizzarono la biografia di Matsuo Bashō, il Dante dei giapponesi, considerato il padre della poesia breve di tre versi, che Shiki duecento anni dopo denominerà "haiku", e venerato come un santo.

"Viaggiatore" voglio essere chiamato
ora che cade
il primo scroscio della stagione.
(Bashō 1644-1694)

Bashō fu un uomo in cammino che intendeva il movimento come fonte di conoscenza e di approfondimento. Matsuo Munefusa, figlio di samurai, da ragazzo pensa di intraprendere la strada già segnata ovvero quella della carriera militare. Ma cambia direzione e fonda una scuola di poesia che gli procurerà fama e agio economico.
Decide ancora di cambiare strada e si stabilisce in un eremo nel cui minuscolo giardino un suo discepolo pianta un banano che crescerà rigoglioso.  Tutti individueranno la sua casa come la Bashō-an, la casa del banano, e Munefusa decide così di chiamarsi Bashō, banano.
Cambia strada di nuovo: indossa tabi e kasa e incomincia a viaggiare per il Giappone. 
Matsuo Bashō, il monaco veloce e sempre in giro e che  i suoi discepoli, affascinati dalla sua agilità, immaginavano essere stato un ninja - che decide di identificarsi con una creatura stabile e radicata al suolo come un albero.

Un mangiatore di cachi
che amava gli haiku
così bisognerà ricordarsi di me
(Shiki 1867-1902)


Si fa chiamare Shiki, cioè "cuculo", l’uccello che secondo la tradizione giapponese canta finché muore. A undici anni scrive il suo primo poema e a quattordici anni fonda un gruppo poetico.
Si diploma, lascia gli studi universitari e rinuncia alla borsa di studio. Si consacra agli haiku, compone varie raccolte, fonderà la rivista letteraria “Il cuculo”.
Nel 1894, già malato, è corrispondente per il suo giornale della guerra cino-giapponese.
Al contrario di  Matsuo Bashō, suo amatissimo maestro e grande camminatore e  di Santoka, Shiki  potrà camminare poco.    
La sua breve esistenza, morì a trentacinqueanni,  può misurarsi in pochi tatami, quelli della stanza dove era costretto a letto.
E in quello spazio angusto, povero e solitario, Shiki il samurai compone in forma di haiku la sua lotta contro il male e la sua voglia di vivere, il suo addio alla vita e la sua rabbia.

Il vecchio stagno -
la rana salta
tonfo nell'acqua
(Bashō 1644-1694)


Gli haiku di Jack Kerouac giocano a rispecchiarsi nella trasparenza liquida dei classici, come in questo, in cui è evidente il rimando alla rana del vecchio Bashō.

Un vecchio laghetto, sì
Nell'acqua si è tuffata a capofitto
Una rana

Jack Kerouac, attratto da meditazione e buddismo, accede al Giappone attraverso la lettura del saggio di D.T. Suzuki, volume uscito nel 1927 (che Adelphi ha ripubblicato). 
Il fascino del ritmo sincopato e jazzistico di un componimento così sintetico non poteva non piacere a questo Jackson Pollock della scrittura. Scriveva al suo amico Lawrence Ferlinghetti: "Vorrei raccogliere tutti gli haiku dei miei taccuini e farne un libro...". Ne ha scritti migliaia.
Solo leggendoli, meglio se in controluce con quelli giapponesi, la sorpresa, il piacere e il godimento diventano profondi.
Troviamo rigore e conoscenza, studio e passione. E anche la totale e febbrile dipendenza dal comporne visto che girava con un taccuino in tasca proprio come facevano i maestri zen.
Torniamo a viaggiare da fermi, un po' come fu costretto a fare Shiki nella sua cameretta, con gli haiku composti da Andrea Zanzotto tra la primavera e l'estate del 1984 e, proprio come il monaco zen Shiki, il poeta tra i più importanti del nostro novecento componeva haiku come terapia di sopravvivenza. 
Li definiva "pseudo-haiku" proprio per la libertà stilistica che si accordava rispetto al canone giapponese e utilizzava l'inglese che, probabilmente, trovava più lancinante. 
Si strappava alla depressione anche così.

Lost-shy petals of panels,
clipped minitalks, past thoughts—
little bitter teeth biking   

Timidi-perduti petali sui vetri
mini-discorsi spezzettati, pensieri passati —
mordenti asprigni dentini

E dopo questi sorprendenti "asprigni dentini" direi che è il caso di chiudere qui. 
E di pensarci un po' su, magari facendosi un giro. 
Anche sotto casa. 

(haiku-finestra)








mercoledì 19 luglio 2017

Eppure


Tsuio no yo wa
tsuio no yo nagara
sarinagara


***

È di rugiada
è un mondo di rugiada
eppure eppure

(Issa 1723-1828)



Issa in giapponese significa "tazza di tè" ed è il nome assunto da Kobayashi Yotaro quando diventa monaco buddista nel 1792. I suoi haiku raccontano di cose apparentemente modeste come il salice e il fumo oppure di pulci, neve, foglie, lumache, rane. 
Orfano di padre e di madre da piccolissimo, sposo e padre sfortunato (perse quattro figli per malattia) Issa fu segnato negli affetti e nella salute eppure, eppure... come scrive meravigliosamente Philippe Forest nel suo "Sarinagara" (titolo tratto dall'ultimo ku di uno haiku di Issa che significa "eppure") il poeta guarda la vita frontalmente e con ironia. Mentre lo scrittore francese, che perse una figlia piccola per una di quelle malattie atroci, ha fatto di quel dolore il suo timone poetico e, leggere i suoi romanzi, è come calarsi nell'abisso della mancanza, Issa sembra voler "rimediare" alla sua dolorosa biografia con il dominio della mitezza. 
Issa, tazza di tè, simbolo di armonia e comunione con la natura. Una vera e propria "cerimonia" del quotidiano.

Sarà questa visione del mondo, tragica e diremmo leopardiana, questo "irrimediabile" in cui ci specchiamo, questo sopravvivere a dispetto della vita stessa su cui ragiona Issa, che ha interessato Philippe Forest?

Amore alle labbra era un tocco
Dolce quanto reggevo;
E parve una volta troppo;
Io dell’aria vivevo

Che a fiotti da dolci cose
M’investiva… profumo di muschio
Da giovani vigne nascoste
In fondo a un poggio al crepuscolo?

Dolente io ero e stordito
Da fiori di caprifogli
Che scuotono quando li cogli
Una rugiada alle dita.
(...)
("Stringendosi alla terra" di Robert Frost)

Anche la vita di Robert Frost fu costellata da tragedie e, un po' come Issa, anche il poeta americano sembra volerci restituire immagini piene di speranza dove l'elemento naturale appare come il solo appiglio possibile.
Il dolore e la letteratura. 
Il mondo di rugiada di Issa-tazza di té e la brina di Frost, (frost è brina in inglese) dialogano a distanza scintillando sulle cose piccole. Philippe Forest sceglie di restare nella cupezza della sua foresta, sondando tutto quel buio.



(amando la vita)








martedì 18 luglio 2017

Il mio canto libero


Proprio ho sperato che volassi via,
e non cantasse sempre davanti a casa mIa;
gli ho battuto le mani dal limitare
quando non l'ho potuto più sopportare.

Mio in parte il torto dev'essere stato.
L'uccelletto non era stonato.
E qualcosa non va, qualcosa manca
in chi vuoI far tacere uno che canta. 
("L'uccelletto" di Robert Frost)



Dedicata alla società civile turca (notizia QUI) o egiziana o coreana. Dedicata a Liu Xiao e a sua moglie Liu Xia che scrive poesie e continua a soffrire, agli attivisti che lottano. A Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Giulio Regeni. A quelli che non conosciamo come Juan Ontiveros e a chi dimentichiamo.


Mio in parte il torto dev'essere stato.
L'uccelletto non era stonato.


(da lassù)

 

venerdì 14 luglio 2017

Ius Sòla


(...)
Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
Noi perduti;
Trovati solo
In opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
Trovati nel riflesso blu di occhi
Che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici qui
(...)
(da "Preludio" di Derek Walcott)


Metropolitana domenica pomeriggio, sulla banchina. Nell'attesa, guardavo le teste di capelli che avevo vicino. Contavo due zazzere, quattro del tipo imbrillantinato, tre crespissime contro due liscissime e spioventi, una nascosta da un velo con perline rosa e una dal berretto con la visiera girata dall'altra parte. Insomma, una babele di teste, tutte diverse e tutte in movimento. 
A un certo punto avverto la sensazione che qualcuno mi stia fissando. Dove sei, chi sei tu che mi guardi e non favelli? E soprattutto, da dove mi raggiungi con questo piccolo laser di occhi insistente, che continua a pungermi da dietro? 
Non lo sapevo ancora che appartenessero alla più grande esperta di leggi e diritto, specializzata con il massimo dei voti. No, non lo sapevo ancora che erano di Giulia.
Insomma, sento di nuovo quel laser di occhi, mi giro e, ad altezza testa, non vedo nessuno. Abbasso lo sguardo e finalmente li intercetto! Sono nerissimi e appartengono a lei. Sì proprio a quell'espertona di diritto internazionale di cui vi accennavo che, sotto due ciuffetti infiocchettati e poco più su della bocca minuscola a forma di cuore, continuava a fissarmi con quelle due biglie nere dal basso del suo passeggino. Serissima. 
La mamma, una signora filippina dall'accento romano, aggiustandole un fiocchetto, risponde al mio sorriso: "Lei è Giulia!". 
"Ciao Giulia, come sei bella. Complimenti signora!"
Giulia continua a fissarmi, immobile, se possibile ancora più seria di prima.
Cosa pensi mai, Giulia? No! Non dirmelo, stamattina volevi telefonare anche tu a Prima Pagina e rispondere al giornalista! E raccontare a gran voce la tua esperienza in materia di ius soli, esperienza che dura da sempre per te - quanti saranno, sei mesi? - e che tua madre si sente italiana, infatti ha la cittadinanza, e che ha fatto mille pratiche, ma che tu sei italiana e basta. Che lo capisci, l'italiano, e che un  giorno lo parlerai da dio e che, sempre un giorno, saprai telefonare a tutti. Ora osservi solamente, ma un giorno, farai un sacco di cose e cucinerai una pasta per primo piatto, col sugo e il basilico, e quel buonissimo secondo di verdura e carne che ti diceva tua nonna. E che le tradizioni uno ce l'ha in testa, come morbidi fiocchetti, e che non sono cappi e che le radici sono dove siamo, caro signor giornalista, volevi dirglielo ma vabbè, e che sono aeree, come quelle di una pianta bellissima che vive nelle Filippine e che ora non sai ancora bene come si chiama ma un giorno sì che lo saprai e che, sempre un giorno, li visiterai tutti quei posti di nonna per poi ritornare a casa, dove ci sarà chi ti aspetta, perché di sicuro, Giulia, uno che ti aspetta, e perde la testa per te, lo trovi. Sicuro.

(Le mie radici preferite)

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Senza di te,
in verità, i boschi
son troppo ampi!
(Issa 1762-1826)




"Anvedi, me stavo p'ammazzà" dice, sedendosi a piombo sul sedile, quello più alto dei due, dopo essere quasi caracollato sull'altro per una frenata improvvisa dell'autobus.
"Mèttete qua, va" gli dice l'amico, sogghignando.
Sono seduti davanti a me, identici, stesso ciuffo scolpito, stessi tatuaggi, stesso telefonino da compulsare, stessa aria di chi conosce la vita dall'alto dei sedici anni.
Non proprio dei secchioni, direi. Più frequentatori di baretti all'angolo o di curve dello stadio per urlarci dentro la domenica. 
Lei. Appare dopo una fermata. È appena salita, li raggiunge venendo verso di noi.
Sì, c'ero anch'io, ma loro tre non lo sapevano.
È scura di pelle, stessa età. Occhi seri sulla bocca sorridente, un piercing sul naso. Iniziano a chiacchierare un po' a mugugni, un po' a risate, un po' mostrandosi lo screen del telefonino.
"E che mica lo so daa prossima settimana" sento che dice lei sotto i cento fermaglietti che ha in testa "È mi' padre che me deve ffa capì come se fa, ma non se capisce gnente. Figurate, capace che se me scade me ne devo annà e tornà laggiù. Perchè io so' itagliana ma me scade..."
"Ma che, davero te ne devi annà?" Dice uno dei due ragazzi con la voce che gli esce da sola dalla bocca che intravedo mezza aperta, sospesa. 
Anche l'altro, che ora lo guarda sgomento e poi guarda lei, scuote quell'opossum di capelli con aria persa. Le facce che vorrebbero essere da cattivissimi, i tatuaggi con i gladiatori uguali a quelli Totti, non fanno paura a nessuno. Loro non vogliono fare paura a nessuno, figurati a lei.
"E che sse fa?"
"Boh, qualcosa se inventàmo, io nun ce capisco gnente. Ecco semo arrivati, scennemo va."
"E sì, qualcosa se inventamo"
I boschi sono troppo ampi, senza di te!



Li vedo, i tre. Veloci verso il corso con i negozi, magari la prossima volta quelle scarpe fichissime me le compro, vedo la lattina condivisa, gli scherzi a lei, le prove di abbraccio di uno dei due.
Un po' sono felice.
Qualcosa, loro tre, si inventeranno.

(Bosco romano)



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NOTA
Ricordate Favour, la neonata arrivata a Lampedusa l'anno scorso? (video QUI) 
Qui l'haiku e il mio post a lei dedicato.

Luccica nel calore
un cesto di vimini
sotto l'albero di susine
(Akutagawa 1892-1927)


Aspettate! Aspettate, gruppo dei sette economisti più importanti della Terra, per gli amici "G7", aspettate!!! (notizia QUI) Inventatevi qualcosa, fate qualche intervista, un paio di foto ancora - Obama, Merkel, Renzi: cheese! -  una telefonata lunga, prendetevi ancora qualche minuto! Una tartina, qualcosa da bere? Sta arrivando!
Eccola qui, finalmente Favour ce l'ha fatta! Dal suo cesto di vimini, saluta tutti, sorride.
I suoi occhi a stellina cercano quelli degli altri suoi colleghi di G7, luccicano e cercano, luccicano e cercano.
"Piccola Favour, grazie di essere arrivata fin qui! Grazie, dacci una mano tu a risolvere questa questione, la tua esperienza è importante per noi, ci serve tutta! Lui è Obama, vedi? Io sono Renzi, questo è Junker e questa signora che ti tiene in braccio si chiama Angela" "No, brava, lascia stare il naso di Cameron. Piacere Favour, piccolo meraviglioso Favore per tutti, benarrivata! Loro si chiamano Trusk e Trudeau, grazie di essere arrivata qui al G7 dopo tanta fatica! Grazie a nome del mondo!".
Shinzo Abe, padrone di casa, fa uno strappo alla regola (forse l'unico della sua carriera di diplomatico giapponese!), nessun tavolo di lavoro, via tutto, via queste scartoffie che non tutti gli ospiti riescono a capire perchè non sanno ancora leggere, via le sedie, troppo alte. 
Si rimarrà lì, sul prato, ad altezza cesto di vimini. Chi vuole può sedersi sotto l'albero di susine, chi vuole può prenderla in braccio, cambiare il pannolino a Favour. Oppure rimanere in silenzio con lei, all'ombra. 
È sbarcata da poco ma non è stanca, è pura vita luccicante, non ne vuole sapere di dormire.
Sta raccontando la sua storia a tutti, il G7 è diventato G8, la vita irrompe e noi ci inchiniamo a questo regalo.

(Il regalo più bello)

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Al profumo dei pruni
d'improvviso, appare il sole
sul sentiero montano
(Bashō 1644-1694)



La storia di Anina Ciuciu, rom rumena che con la sua famiglia fugge dalla Romania per arrivare nel più grande campo nomadi d'Europa, il Casilino 900, non finisce in quella periferia romana.
Dopo anni passati a mendicare per le strade del centro - quante Anine che vedo in giro, quanti sguardi da regine che sfidano il mio, quanti palmi protesi verso di me, molli, ciondolanti come i lattanti appesi che succhiano - fugge verso la Francia. Lì viene aiutata da qualcuno - chi sarà questa persona generosa, cosa ha intravisto negli occhi di Anina che l'ha spinta a interessarsi a lei e alla sua famiglia? Quale sarà stata la prima frase che le avrà rivolto? Una parola gentile o un piccolo gesto? - impara il francese e va a scuola. Poi una borsa di studio, una laurea e ora un master alla Sorbona. 
Anina abita questa nostra Europa sbilenca e chiusa. La attraversa costruendo se stessa, riscattandosi, strappandosi dal mio sguardo perso e colpevole. Nell'intervista appare fiera, consapevole (leggila QUI), ricorda il profumo delle arance in Romania e la puzza di legni arsi con le lamiere del campo. 
Al profumo dei pruni, d'improvviso, appare il sole.

E, a quel sole, ci scaldiamo un po' anche noi.


("Grazieee e tanta bona fortuna")

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Vette di nuvole.
Appaiono in sogno
senza confini
(Kato Shuson 1905-1993)



Una serata come tante, una tavolata di vecchi amici, un locale del centro di Roma. E come sempre il passaggio dei venditori di tutto (accendini, pupazzetti, reggi telefonino, cover colorate, rose acciaccate). 
A capotavola, una mia amica che vive in Sicilia da tanti anni, a Roma per qualche giorno, sulla tovaglia antipasti a volontà, fritti e controfritti, nell'aria le nostre chiacchiere.
"Oddio, eccone un altro!" Solita frase, solita mercanzia, soliti sorrisi di compatimento che vogliono significare "ti prego, non sono razzista, ti accolgo, ma ti prego, l'ennesima cianfrusaglia no". Penso alle rose buttate nella spazzatura la mattina stessa, così cimiteriali nel loro appassire istantaneo, acquistate la sera precedente all'uscita di un film, mentre dall'altra parte: "Fratello, ciao! Compra? Ciao miss mondo, bello questo, dai!" 
Fa caldo, sono stanca, o forse a causa di un piatto pieno di mozzarelle che girava, non so, qualcosa nel frattempo mi sfugge quando la mia amica racconta che è appena arrivata dalla Sicilia. Il ragazzo africano  si illumina e dice, mentre si aggiusta il cappello e risponde a una telefonata, che in Sicilia tutti buoni, che quando arrivato gente gentile. Viva Sicilia!
E lo dichiara serio, ricoprendo la mia amica di braccialetti colorati "No soldi. Omaggio Sicilia."
"Lasciali stare" dico automaticamente "che ti tocca comprare tutto. Vedrai come tra poco non ritorna e ti chiede i soldi".
La serata finisce e con lei le nostre chiacchiere. La mia amica ha indossato i braccialetti di perline verdi, giallo e rosse come la bandiera del Senegal.
Il ragazzo non è tornato.

"Omaggio Sicilia" mi ha fatto male.


(senza confini)

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Tempesta sotto gli alberi.
C'è qualcosa che pesa
nelle onde del mare
(Yamaguchi Seishi 1901-1994)


Ma possibile che non si trovi una soluzione? Che buona parte dell'Europa non stia ai patti, non provveda ad assorbire, integrandola, questa benedetta quota di migranti che spetta ad ogni paese?
E che si continui solo a strumentalizzare? Uomini, donne e bambini muoiono e si parla sempre di confini, muri e oggi di hotspot galleggianti. 
C'è qualcosa che pesa nelle onde del mare.

Sono circa le sette di sera nella Roma elettorale. 
Sui muri sono attaccati manifesti con colossei dall'aria cattiva e fiamme tricolori che non scaldano. "Sei profugo? Avrai lo stipendio!". L'odio in formato elettorale con l'obiettivo di una caput mundi littoria, decisa e sicura del fatto suo, mi ricorda che di notte è un mio diritto girare tranquilla. Identità, radici e soprattutto sicurezza. 
Quello lì, quello sulla destra, quello che vedo sotto il gazebo elettorale sempre a destra, sì, lui, temo mi voglia proteggere.

Noi vorremmo farci solo un bell'aperitivo primaverile, per questo siamo usciti. Due passi e magari una birretta, l'aria è fina, poi c'è il Tevere liscio liscio con sopra le anatre e a quest'ora è sempre tutto così dolce, così possibile. Ma quell'altoparlante, quei rayban neri nonostante il tramonto, quei bicipitoni istoriati ci avvisano che è meglio rimandare a un altro giorno.
Ok, ok.Torniamo a casa, va. Mi è un po' passata la voglia, anche a te? 

Vediamo un ragazzo africano, la sua mercanzia low cost che dondola sul piccolo espositore sotto il braccio (appiccichini volanti, accendini che si scaricano subito, braccialetti), procedere esattamente nella direzione di quel gazebo e dei suoi affabili locatari assai impegnati politicamente. 
Amico, lo sai dove stai andando? L'hai capito, amico?
Si aggiusta il borsone sulle spalle, è alto e magro, i pantaloni larghi sul corpo scattante, e avanza sicuro verso quei coetanei lì, verso quel gazebo. 
Li attraversa. Letteralmente, li attraversa. Leggero, felpato, silenzioso. 
Vincerai tu, amico. Ci vuole tempo, ma sei il più forte di tutti. Sei potente.

(the end)